“Convertitevi e credete al Vangelo”. È la frase che si pronuncia durante l’imposizione delle ceneri.
Parola e gesto sono due azioni che riassumono il significato della Quaresima ed anche il senso profondo dell’intera vita cristiana.
Le ceneri sul capo, raccogliendo l’antica tradizione contenuta in tutta la Sacra Scrittura, rappresentano il riflesso esteriore dell’atteggiamento penitenziale.
Tale atteggiamento ha origine dalla sofferenza o afflizione causata da una serie di avvenimenti. Senza citarne alcuno, richiamo tutti i momenti della vita personale e comunitaria del popolo d’Israele il quale invoca da Dio la sua misericordia e l’intervento benevolo, segno della sua presenza benedicente.
Dicevo che tutto ciò rappresenta il riflesso esteriore di un qualcosa di molto profondo a livello interiore, vale a dire il desiderio di emendarsi, di purificarsi davanti a Dio.
Il senso penitenziale pertanto non è fine a sé stesso, se fosse tale o se così venisse inteso rischia di contribuire a generare uno stato di frustrazione permanente della persona e delle comunità, senza via di uscita. Non è fine a sé stesso dicevo, ma è utile, direi fondamentale per fissare non solo un punto fermo di partenza ma anche e soprattutto un percorso di vita.
Il percorso di vita in questo senso si alimenta non tanto sulla penitenza o mortificazione in sé stessa quanto piuttosto dalla motivazione che l’accompagna, così come pronunciata dalla frase “convertitevi e credete al vangelo”.
Le ceneri accompagnano pertanto il cammino di conversione, che nella Chiesa e quindi in ogni cristiano, necessita di essere permanente.
Permanente non perché si debba essere come una sorta di trottola in continuo avvolgimento su di sé, quanto piuttosto sempre alimentata e quindi vivificata dall’adesione al Vangelo, cioè alla persona di Gesù Cristo.
A tale riguardo papa Leone, nel messaggio per la Quaresima così scrive: “Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito”.
Carissimi fratelli e sorelle, il percorso quaresimale allena tutta la nostra vita affinché sappiamo incontrare Gesù; perché non perdiamo il desiderio di trovare in lui il nostro unico motivo di vita.
Senza la conversione intesa in questo senso ogni altra situazione rischia di compromettere l’incontro col Signore e quindi l’inizio della vita nuova.
Si, proprio l’inizio perché l’incontro d’amore non è mai una ripetizione di un qualcosa che con l’andar del tempo si deteriora, ma è sempre una realtà nuova e quindi un inizio nuovo.
Che meraviglia, cari fratelli e sorelle avere sempre l’ebrezza di una novità bella, che nasce dall’incontro col Signore. Detto in altre parole questo è il Vangelo.
L’incontro col Signore genera e motiva positivamente anche ogni incontro tra noi.
Il Vangelo del Mercoledì delle Ceneri, che inaugura la Quaresima, questo ci comunica; in modo particolare quando fai queste tre cose: preghi, digiuni, fai l’elemosina.
Prima di entrare nel significato profondo del messaggio di Gesù, mi soffermerei subito a considerare le azioni in sé stesse e pormi le domande in merito, ossia prego veramente? Digiuno? Faccio l’elemosina?
Posto questo seguiamo il Signore che dice: Quando compi queste azioni abbi sempre davanti a te il Signore Iddio altrimenti sarà il tuo io a determinare ogni cosa; tuo fratello servirà soltanto per darti un riscontro strumentale ed avere quindi la pretesa di essere ammirato.
Gesù ci insegna il metodo della preghiera del digiuno e della carità; contestualmente o indirettamente ne sottolinea il valore ed anche la complementarietà, vale a dire che questi non si possono dissociare. Chi digiuna deve pregare e fare elemosina; chi prega deve accompagnare la preghiera con l’elemosina e il digiuno e via dicendo.
Mi sembra anche necessario ricordare che il digiuno non va inteso soltanto come astensione dal cibo, ma da qualsiasi altra realtà della quale è possibile far a meno per dedicare l’attenzione a ciò che veramente nutre il rapporto con Dio e con gli altri e quindi alimenta la vita.
A tale riguardo il papa scrive: “Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo….. e citando s. Agostino «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio». Ed invita a “una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.
Cari fratelli e sorelle la comprensione di tutto questo parte dalla conversione come atteggiamento permanente; conversione della mente unita alla conversione del cuore.
Mente e cuore necessitano di essere in sintonia tra loro affinché si possano fare le scelte migliori; e se le vicende contingenti della vita ci possono indurre alla loro separazione/divisione/dissociazione, il Vangelo ci viene in soccorso fornendoci sempre gli strumenti necessari affinché non si incorra nell’errore.
L’errore di fondo, ossia l’elemento che soffoca la conversione consiste nella presunzione; questa a sua volta contrasta l’atteggiamento indispensabile per la vita cristiana che è l’umiltà.
Oggi più che in altre epoche, l’umiltà sembra scomparsa dal vocabolario comune e dagli obiettivi che da essa derivano; al suo posto vengono propugnati arrivismi ad ogni livello con la registrazione di like a tutti i costi e tutto ciò che attira l’attenzione egocentrica ecc.
Ad essa viene anche sostituita una sorta di terribile imitazione che evidenzia ancor di più i connotati della sopraffazione e prevaricazione, di strumentalizzazione dei più potenti sui più deboli e vulnerabili; di coloro che in qualche modo hanno campo libero sugli altri; dei più ricchi sui più poveri e via dicendo.
L’umiltà ci riconduce alla terra, dalla quale siamo originati, alla quale ritorneremo e della quale facciamo parte. Il suo esercizio ci fa maturare nella fede in Dio, nel rispetto delle persone e nell’utilizzo corretto dei beni della terra.
Chiediamo a Maria Santissima, a colei che Dio Altissimo ha guardato per la sua umiltà, di preservarci dall’orgoglio e dalla presunzione e di istruirci in merito attraverso quel suo mistico silenzio, colmo di presenza continua nella vita del Figlio e nella vita della Chiesa.

