San Valentino patrono di Terni

SAN VALENTINO, vescovo e martire di Terni

Dal VI-VII secolo è conosciuto e venerato a Terni un vescovo Valentino martire. San Valentino, uno dei santi più venerati nel mondo, fu cittadino di Terni in Umbria e subì il martirio per decapitazione con tutta probabilità sulla Via Flaminia in prossimità di Terni. Diverse sono le fonti ricordano il santo e tra queste la prima a menzionarlo è il Martirologio Geronimiano, composto tra la prima metà del V secolo e la prima metà del seguente, da cui si desume l’elogio fissato al 14 febbraio. L’esistenza di una «basilica beati Valentini episcopi et martyris» a Terni è confermata invece nel Liber Pontificalis (Vita di Zaccaria), come luogo dello storico incontro avvenuto, nel 742, tra papa Zaccaria e il re longobardo Liutprando e, nella vita di papa Niccolò I (858-867), compresa nello stesso testo, si menziona un «monasterium Sancti Valentini» nei pressi di Terni.

La Passione del santo (BHL 8460) fu composta forse a Terni nel sec. VI. A Roma, un importante intellettuale di origine e cultura greca, Cratone, ha un figlio afflitto da una malattia neurologica, rara e terribile, che lo paralizza completamente. Il ricorso ai medici è inutile (essi non sanno dare nemmeno un nome al tipo di infermità). Da un amico Cratone apprende che, a Terni, il fratello del tribuno Fonteio, afflitto dalla stessa patologia, è stato guarito dal vescovo cittadino, Valentino. Manda allora a chiamare il presule ternano e lo prega di intervenire anche a favore di suo figlio, Cerimone. Valentino chiede a Cratone di convertirsi al cristianesimo. Ma Cratone tituba, soprattutto perché non capisce come sia possibile che uno si salvi per mezzo delle preghiere di un altro (nel suo caso: del padre per il figlio) e come sia possibile che della semplice acqua possa mondare i peccati degli uomini. Ma Valentino gli spiega da un lato l’efficacia dell’intercessio altrui, dall’altra il mistero del battesimo (è lo Spirito Santo che agisce nell’acqua). Cratone accetta la conversione e Valentino di occuparsi del ragazzo. Si chiude allora con lui in una stanzetta, per tutta la notte, recitando delle orazioni secondo un rituale ben stabilito. All’alba, Cerimone esce dalla stanza completamente guarito e veramente rinato: Cratone e tutta la sua familia si convertono ipso facto al cristianesimo e con loro gli allievi di Cratone, tra cui i giovani Procolo, Efebo e Apollonio; insieme a loro si converte Abbondio, che è nientemeno che il figlio del prefetto di Roma, Furio Placido. Dietro Abbondio, si converte una moltitudine di scholastici, cioè di intellettuali. Il senato di Roma a questo punto interviene: il prefetto fa arrestare di notte e di nascosto Valentino, e lo fa giustiziare. Procolo, Efebo ed Apollonio ne recuperano il corpo e lo seppelliscono a Terni, poco fuori la città. Il magistrato romano di Terni, Lucenzio, replica contro i tre giovani l’operazione segreta di polizia effettuata dal prefetto a Roma: fa arrestare e uccidere i tre giovani in totale segreto, fuggendo poi dalla città. Abbondio ne raccoglie i corpi e li seppellisce accanto a quello di Valentino.

Studi assai recenti hanno portato a una completa rivalutazione storica della figura e dell’opera di san Valentino di Terni. Spazzata via la “questione dei due Valentini” (che vedeva il Valentino ternano offuscato dall’ombra di un omonimo – e quello sì tutto leggendario – prete romano), si è finalmente accertata la vera cronologia del personaggio: vissuto non già nel sec. III, come finora acriticamente ripetuto, bensì nel IV: Valentino infatti muore con tutta probabilità nel 347, vittima (occulta: l’esecuzione capitale viene eseguita di nascosto!) degli ultimi colpi di coda dell’aristocrazia senatoria romana, ancòra tutta pagana, pur ad oltre trent’anni dall’Editto di Tolleranza di Costantino.

A partire dal V secolo il sepolcro di Valentino diviene gradualmente meta di pellegrinaggi. Ben presto venne costruita una chiesa documentata già nel VI secolo accanto alla quale si trovava un monastero benedettino – a difesa della stessa – che nel 1218 fu restituito da papa Onorio III al vescovo Rainerio, in occasione del solenne ripristino della diocesi di Terni, che a partire dal 598 era stata abolita, e il territorio inglobato nelle diocesi di Narni prima e di Spoleto poi. La chiesa fu visitata alla fine del Cinquecento dal cardinale Paolo Camillo Sfrondato il quale, da grande collezionista di reliquie qual’era, entrò in contatto con il vescovo locale Giovanni Antonio Onorati e gli procurò la licenza papale per avviare una campagna di scavi alla ricerca delle reliquie di san Valentino e dei suoi fedeli discepoli che difatti furono trovate nei pressi dell’altare. L’evento diede il via alla costruzione di una nuova basilica completata nella metà del Seicento dopo la dichiarazione di san Valentino a patrono unico della città di Terni. Da quella data la festa del santo è gradualmente tornata ad essere solennizzata.

Migliaia di fedeli e pellegrini visitano ogni anno la basilica a Terni e tra questi si distinguono numerose coppie di fidanzati o di giovani coppie di sposi che chiedono la benedizione di san Valentino. Questa tradizione trae origine dall’Alto Medioevo, periodo in cui il culto valentiniano si diffuse gradualmente in Europa attraverso i benedettini. In Francia e Inghilterra sorse parallelamente nei confronti del santo uno speciale patronato sui fidanzati per una coincidenza calendariale. La festa cade infatti in un periodo particolare dell’anno, quando la natura comincia a dare i primi segni del risveglio dal letargo invernale. Verso la metà del mese di febbraio il sole comincia a riscaldare la terra facendo sbocciare alcune gemme, come le violette, o addirittura fiorire mandorli e noccioli in certe zone del Sud Europa: sicché san Valentino si trasformò a poco a poco nel precursore della primavera imminente. Riferimenti letterari, proverbi e tradizioni popolari che si legano al risveglio della primavera e degli amori, supportano l’ipotesi che l’attribuzione di “Santo degli innamorati” sia un’eredità del mondo anglosassone. Un filone critico riconoscerebbe la responsabilità della diffusione di tale patronato a Geoffrey Chaucer, lo scrittore inglese, autore dei celeberrimi Canterbury Tales, che dal 1372 al 1380 soggiornò in Italia. Chaucer è autore del The Parliament of Fowls, poema allegorico composto presumibilmente durante il soggiorno italiano, considerato dagli studiosi una delle prime testimonianze letterarie in cui san Valentino è chiamato a sovrintendere al risveglio del creato. Il suo culto come protettore degli innamorati, è da considerarsi totalmente laico e per certi aspetti pagano, laddove il santo assume il ruolo di personaggio mitologico, fiabesco, allegorico, come icona del culto dell’amore preconiugale che non ha nulla a che fare con la sua vera dimensione sacrale di santo taumaturgo – invocato in talune zone europee contro l’epilessia ed altre malattie neurologiche – e martire cristiano.

IL CULTO

San Valentino fu sepolto in un’area cimiteriale nei pressi dell’attuale Basilica. E’ sicuro che quel cimitero già esisteva in età pagana. Da questa zona provengono alcuni reperti le più antiche risalgono ai secoli IV-V. Si tratta di titoli sepolcrali. Il pezzo più interessante è il sarcofago a “teste allineate” del secolo IV ora conservato in Palazzo Carrara. E’ il tradizionale sarcofago paleocristiano dove sono scolpite attorno alla figura del defunto orante, scene della vita di Cristo.

La prima basilica fu costruita nel secolo IV, fuori delle mura della città e in area cimiteriale, sopra la tomba del martire. Distrutta dai Goti, insieme alla città nel secolo VI, sarebbe stata ricostruita nel VII. A conferma di questa ultima costruzione è stato il rinvenimento di una moneta di Eraclio del 641.

Al periodo della prima o della seconda costruzione dovrebbe risalire la cripta con l’altare ad arcosolio, cioè sotto una nicchia coperta da un arco e sopra la tomba del martire. Intorno al seolo VII la basilica fu affidata ai Benedettini. Nel 742 vi avvenne l’incontro storico tra il papa Zaccaria, partito da Roma verso Terni e il vecchio re longobardo Liutprando. La scelta della Basilica di San Valentino fu fatta dal re perché all’interno di quella si veneravano le spoglie del glorioso martire alle quali egli attribuiva un valore taumaturgico. Con quell’incontro il re donava al pontefice alcune città italiane – tra le quali Sutri -che diedero origine allo Stato Pontificio.

Qui il pontefice ordinò il nuovo vescovo di Terni alla cui morte (760) la città rimase priva del pastore fino al 1218. In questo periodo la basilica fu ggetto di scorrerie prima di Ungari poi Normanni e Saraceni poi degli abitanti di Narni che vantavano pretese su alcuni territori e sulla stessa Basilica. Dal VIII secolo fino al XII secolo i Benedettini ufficiarono la Basilica che nel 1109 cedettero ad un Capitolo Collegiale di Canonici. Probabilmente nel XIII secolo, sempre i ternani, costruirono un’altra Basilica di proporzioni più vaste munendola ben presto di una salda difesa per proteggerla. Solo l’intervento del Papa Onorio III portò ad una pacifica soluzione della vertenza. Il papa nel 1219 vi si recò e consegnò la Basilica al clero locale. Da questo anno in poi non sappiamo più nulla dello stato di conservazione della Basilica, che agli inizi del 1600 doveva apparire fatiscente.

LA RICOGNIZIONE

Nel 1605 il vescovo Giovanni Antonio Onorati, ottenuto il permesso da papa Paolo V, fece iniziare le ricerche del corpo del Santo. Erano partite da tempo anche a Roma le ricerche dei primi martiri della Chiesa e per autenticare la loro esistenza e per accrescerne la venerazione. Il corpo di San Valentino fu presto rinvenuto in una cassa di piombo contenuta entro un’urna di marmo rozza esternamente ma all’interno intagliata con rilievi. La testa era separata dal busto a conferma della morte avvenuta per decapitazione. Fu portata subito in Cattedrale.

Nessuno in città voleva però che il corpo del loro martire riposasse nella chiesa madre. Neanche la Congregazione dei Riti era favorevole poiché le reliquie dovevano essere venerate là dove erano state sepolte. Così si decise di ricostruire una nuova Basilica.

Nel 1630 le reliquie vennero deposte in un artistica arca composta in una statua supina e le reliquie del Santo composte da parte del cranio, la mascella con pochi denti, degli altri denti e le ceneri. La statua si poteva ammirare fino a due anni fa sotto l’altare Maggiore ricostruito dall’Arciduca Leopoldo, ristrutturato negli anni ’70. Dal 2003 la tomba di San Valentino è stata spostata nel nuovo altare. Nello stesso anno è tornata a Terni una parte del cranio che era stata trafugata dalla tomba nel 1979.

LA NUOVA BASILICA

I lavori per la costruzione della Basilica iniziarono nel 1606 e durarono alcuni anni ma già dal 1609 questa poté essere officiata dai padri Carmelitani, chiamati a custodirla. Nel 1618 il corpo del santo vescovo e martire venne solennemente riportato nella sua Basilica. Nel 1625 l’Arciduca Leopoldo d’Austria, diretto a Roma, fece visita alla Basilica e si assunse la spese per la costruzione di un nuovo altare maggiore in marmo, completato nel 1632, impegnandosi a rendere alla Basilica una parte del cranio del Santo donata alcuni secoli prima ad un suo antenato. Dietro all’altare maggiore è il coro con la “confessione” di San Valentino, un altare costruito sopra la tomba del martire. Al centro è una tela ovale che ricorda il martirio del santo, opera della fine del secolo XVII. L’episodio del Duca Leopoldo fornì l’occasione per un radicale rinnovamento dell’architettura del tempio, condotto a termine grazie anche all’opera di molti ternani.

La Basilica si presenta secondo uno schema caro ai teorici della Controriforma: grande navata unica con attorno cappelle laterali, due grandi cappelle costituiscono il transetto, presbiterio e dietro l’altare del martire con la “confessione”. La facciata del secolo XVII è animata da paraste, un grande portale sormontato da un finestrone. Le statue in stucco raffigurano in alto i santi patroni della città Valentino e Anastasio (+649) e sono state aggiunte nel secolo XIX. L’interno è animato da grandi paraste con capitelli in stile ionico con ghirlande. Queste sorreggono un architrave sporgente dentellato. Due cappelle per lato erano proprietà di alcune famiglie importanti della città. Le più interessanti sono le cappelle del transetto. Quella di destra è dedicata a San Michele arcangelo ed era la cappella privata della famiglia Sciamanna. Ai lati infatti sono i monumenti funebri di alcuni membri tra i quali un certo Brunoro, vescovo di Caserta morto nel 1647. Al centro è la bella pala con San Michele che sconfigge il demonio dell’artista romano Giuseppe Cesari detto il “Cavalier d’Arpino”. Esponente di una pittura colta e raffinata, docile alle richieste della Chiesa, che tornava a privilegiare chiarezza dell’espressione e il decoro nella rappresentazione delle figure sacre. Questa immagine è una chiara ripresa del classicismo di Raffaello: equilibrio della posa e fermezza dell’atteggiamento. L’altra cappella è dedicata alla santa carmelitana Teresa d’Avila. La bella pala centrale raffigura la Madonna con il Bambino tra i SS.Giuseppe e Teresa dell’artista Lucas De La Haye, monaco carmelitano della seconda metà del secolo XVII. L’artista fu l’incaricato principale della decorazione della basilica. Infatti oltre a questa lascia altri capolavori tra i quali la bella pala centrale con San Valentino chiede la protezione della Vergine su Terni e ancora una Adorazione dei pastori e una Adorazione dei Magi. Sempre per la basilica realizza le tele con i Quattro evangelisti e una serie con i Martiri ternani (Catulo, Saturnino, Lucio e magno discepoli di Valentino) conservati nella navata. Il suo stile è pienamente barocco: figure ricoperte di sontuosi panneggi che si agitano al vento, intrisi di un colore caldo che fa pensare anche ad un’influenza sull’artista della pittura veneta forse filtrata dal Rubens romano. Al centro del coro è una grande tela raffigurante la Crocifissione dove traspaiono figure intrise di grande drammaticità. Un ultimo capolavoro si può ammirare in una delle cappelle della navata. Si tratta di una tela raffigurante la Madonna con il Bambino ed i SS. Lorenzo, Giovanni Battista e Bartolomeo del 1635, opera di Andrea Polinori, cittadino di Todi. L’ispirazione dell’artista è il Caravaggio ma è abile a regolarizzarlo e depurarlo di ogni aggressività.

L’ambiente della cripta presenta l’antico altare ad arcosolio (inserito in una nicchia voltata a botte sopra la tomba del martire) nel quale furono rinvenute le reliquie di San Valentino. Alcuni reperti dell’area valentiniana sono stati riuniti nell’ambiente accanto alla cripta.

Dopo il 1873, il convento dei Carmelitani, ceduto al Comune, fu adibito ad uso profano; da circa cinquanta anni il Comune lo ha interamente trasformato ad uso abitativo. La Chiesa venne affidata al clero secolare. Nel 1906 i Padri Carmelitani Scalzi tornarono a Terni e costruirono, sul lato Est della Chiesa, un modesto convento poi restaurato nel 1955. La Basilica ridotta in pessime condizioni, fu totalmente restaurata nel triennio 1924-1927 ad opera del padre Valemmo Poscia.

Negli anni 1965-1970 il parroco padre Capogrossi curò la completa revisione dei tetti della Chiesa, eresse un altare al Santo Bambino di Praga in sostituzione del precedente altare al Sacro Cuore e dotando la Basilica di un impianto di riscaldamento ad aria.

LA LEGGENDA

La festa del vescovo e martire Valentino si riallaccia agli antichi festeggiamenti di Greci, Italici e Romani che si tenevano il 15 febbraio in onore del dio Pane, Fauno e Luperco. Questi festeggiamenti erano legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità. Divenuti troppo orridi e licenziosi, furono proibiti da Augusto e poi soppressi da Gelasio nel 494. La Chiesa cristianizzò quel rito pagano della fecondità anticipandolo al giorno 14 di febbraio attribuendo al martire ternano la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati indirizzati al matrimonio e ad un’unione allietata dai figli. Da questa vicenda sorsero alcune leggende. Le più interessanti sono quelle che dicono il santo martire amante delle rose, fiori profumati che regalava alle coppie di fidanzati per augurare loro un’unione felice. Le più celebri sono quelle della Rosa della riconciliazione e di Sabino e Serapia.

La prima vuole che san Valentino, sentendo un giorno bisticciare due giovani fidanzati, che stavano passando al di là della siepe del suo giardino, uscì loro incontro tenendo in mano una bella rosa. Il capo canuto, il volto sereno e sorridente del buon vecchio e quella rosa, tenuta in alto col gesto di donarla, ebbero il magico potere di calmare i due innamorati in lite. Quando poi egli, donando realmente quel purpureo fiore, volle che tutti e due insieme stringessero il gambo con cautela per non pungersi e spiegò il “cor unum” di due persone sposate, l’amore era tornato come prima.
I due tornarono poi da lui finché, come desiderava, non fu proprio il Santo Vescovo a benedire il loro matrimonio felicissimo.
La cosa si riseppe e allora fu una processione ad invocare il patrocinio di lui sulle famiglie da fondare.
Il Vescovo, però, aveva anche altre occupazioni pastorali alle quali accudire, perciò stabilì per quella benedizione il quattordici del mese. Ed il quattordici del mese è restato, ma ristretto a quello di febbraio, perché in quel giorno egli andò a celebrare le sue nozze in Paradiso.

La leggenda di Sabino e Serapia, invece è rifiorita nel Novecento dopo il ritrovamento, a Pentima, di un sarcofago contentente gli scheletri di due giovani: c’era una bella ragazza di nome Serapia, la quale abitava in una piazza di Terni, l’attuale Piazza Clai. Passando spesso di lì un giovane centurione romano, di nome Sabino, la osservò più volte, se ne innamorò e la chiese in sposa. I parenti di lei, però, non volevano, perché Sabino era pagano mentre loro erano tutti cristiani. Allora lei gli suggerì di andare dal loro Vescovo e farsi istruire ben bene e farsi battezzare. Cosa che egli per amore di lei fece.
Ma quando questo ostacolo era stato sormo ntato, ne sorse uno grandissimo. Si scoprì che Serapia era affetta da una forma di tisi avanzatissima. Disperazione dei genitori e del giovane legionario romano.Fatto venire il santo Vescovo presso il letto della moribonda, Sabino supplicò il Santo che non permettesse che egli si separasse dalla sua amata. La vita gli sarebbe riuscita un lungo martirio insopportabile.
Valentino alzò le mani e la voce al Padre di tutti. Ed un sonno beatificante unì per l’eternità quei due cuori dal palpito sincrono, mentre si stringevano per l’eternità

PATRONO DELL’AMORE

Oggi la festa di San Valentino è celebrata ovunque come Santo dell’Amore. L’invito e la forza dell’amore che è racchiuso nel messaggio di san Valentino deve essere considerato anche da altre angolazioni, oltre che dall’ormai esclusivo significato del rapporto tra uomo e donna. L’Amore è Dio stesso e caratterizza l’uomo, immagine di Dio. Nell’Amore risiede la solidarietà e la pace, l’unità della famiglia e dell’intera umanità.

 

L’INNO A SAN VALENTINO di don Sergio Rossini