Fratelli e sorelle carissimi,
la celebrazione eucaristica di questa domenica assume per noi un significato particolare. Ci ritroviamo oggi in questa cattedrale per celebrare l’eucaristia nel giorno in cui ha inizio il mio ministero episcopale nella Chiesa di Terni-Narni-Amelia. È il momento di grazia che il Signore ci dona di vivere insieme, mentre siamo vicini al 27 ottobre, anniversario della dedicazione di questa Cattedrale. Per questo, pur conservando le letture proprie della XXX domenica del Tempo Ordinario, abbiamo voluto richiamare attraverso le orazioni della Messa il mistero della Chiesa, di cui questo edificio è il segno visibile.
In questo giorno, nel quale per la prima volta come Vescovo e popolo affidato alla mia cura pastorale, la Cattedrale ci ricorda che tutti siamo pietre vive di un unico edificio spirituale, chiamati a crescere nella comunione e a testimoniare insieme il Vangelo. È dentro questa Chiesa, e non aldi sopra di essa, che oggi vengo a prendere posto per camminare con voi e servire con voi il Signore.
Le pietre di questa Cattedrale raccontano una storia secolare, hanno attraversato guerre e tempi di pace, hanno visto succedersi generazioni di fedeli, di sacerdoti e di vescovi, ma la loro vera grandezza non consiste nell’avere resistito al tempo. La loro vera grandezza è quella di continuare a ricordarci che Dio non smette mai di radunare il suo popolo. Le mura possono suscitare ammirazione, ma ciò che esse custodiscono è molto più profondo: il mistero di un popolo convocato dal Signore, edificato dalla sua Parola e nutrito dal Pane dell’Eucaristia.
In fondo è questa una verità che percorre tutta la Sacra Scrittura. Dio non ha mai desiderato semplicemente un tempio; ha desiderato un popolo. Per questo le pietre della Cattedrale rimandano sempre a noi, a quelle «pietre vive» delle quali parla l’apostolo Pietro, ed esse ci interrogano su quale edificio stiamo costruendo con la nostra vita e su quale volto di Chiesa stiamo consegnando alle nuove generazioni.
È qui che comprendiamo perché la Cattedrale occupi un posto unico nella vita della diocesi. Non è semplicemente la chiesa più grande o più importante. È la Chiesa madre perché custodisce la cattedra del Vescovo. E la Cattedrale non è il centro della diocesi perché vi abita il Vescovo, ma perché vi è la sua cattedra. Le persone passano; il ministero rimane. I pastori si succedono, ciascuno con i propri doni e i propri limiti, ma attraverso il loro ministero è Cristo, il Buon Pastore, che continua a prendersi cura del suo popolo.
Per questo il Concilio Vaticano II ci ricorda che il Vescovo è principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa particolare. Non si tratta semplicemente di un’affermazione giuridica. È una realtà profondamente spirituale: la cattedra ci ricorda che siamo un popolo chiamato a raccogliersi nella comunione. Ed è una parola particolarmente necessaria nel nostro tempo.
Viviamo, infatti, in una società nella quale tutto sembra spingere verso la frammentazione. Le relazioni si fanno più fragili, le differenze diventano facilmente contrapposizioni, le parole dividono, i giudizi sono spesso più rapidi dell’ascolto e ciascuno rischia di rinchiudersi nel proprio punto di vista. Questa mentalità può insinuarsi anche nella vita ecclesiale, quando ci sentiamo più appartenenti al nostro gruppo che alla Chiesa, più legati a una sensibilità che al Vangelo, più preoccupati di difendere le nostre idee che di custodire la comunione. Sarebbe un paradosso, perché la Chiesa nasce dall’Eucaristia, sacramento dell’unità. Non possiamo spezzare l’unico Pane e poi accettare che il nostro cuore si divida.
Questa Cattedrale ci ricorda allora che essere Chiesa significa essere radunati. La porta ci parla di una casa aperta, nella quale nessuno dovrebbe sentirsi straniero; l’altare ci ricorda che il centro non siamo noi, ma Cristo che dona se stesso; la cattedra ci ricorda che la comunione non nasce semplicemente dal consenso tra noi, ma dal Signore che continua a guidare il suo popolo.
Ma che cosa significa concretamente custodire questa comunione? Che cosa tiene veramente insieme le pietre vive di cui è costituita la Chiesa? La risposta ce la offre oggi Gesù: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» e «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
La comunione, dunque, non nasce semplicemente dallo stare insieme o dalla buona volontà di andare tutti d’accordo. Ha una sorgente molto più profonda. Nasce dall’amore di Dio e diventa vera nell’amore del prossimo. Il primo comandamento custodisce il secondo e il secondo verifica la verità del primo. L’amore verso Dio impedisce all’amore per il prossimo di ridursi a sentimento, simpatia o emozione; l’amore verso il prossimo impedisce alla fede in Dio di diventare una religiosità chiusa, incapace di lasciarsi raggiungere dalla vita e dalle ferite degli uomini.
Gesù tiene insieme ciò che noi siamo continuamente tentati di separare: Dio e l’uomo, la fede e la vita, l’altare e la strada.
E la prima lettura dà immediatamente a questo amore un volto concreto: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». È significativo che, proprio mentre riflettiamo sulla Cattedrale come luogo che raccoglie, la Parola di Dio metta davanti ai nostri occhi lo straniero.
Straniero è certamente chi viene da un altro Paese, chi porta con sé una lingua, una cultura e una storia diverse dalle nostre. Ma straniero può diventare chiunque percepiamo come distante: chi pensa diversamente, chi appartiene a un’altra generazione, chi conduce una vita che facciamo fatica a comprendere. E può sentirsi straniero anche chi ci vive accanto: un giovane che non trova il proprio posto, un anziano che si sente inutile, una famiglia che attraversa una sofferenza nascosta, una persona che si è allontanata dalla comunità cristiana e non sa più come ritornarvi.
La domanda della Parola diventa allora molto concreta: che cosa facciamo di colui che è altro da noi?
Dio non risponde anzitutto con una norma, ma richiama una memoria: «Voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». Prima di guardare lo straniero, ricordati che anche tu sei stato straniero; prima di giudicare la fragilità dell’altro, ricordati delle tue fragilità; prima di decidere chi meriti di essere accolto, ricordati di tutte le volte nelle quali tu stesso hai avuto bisogno che qualcuno ti facesse spazio.
L’amore del quale parla Gesù, dunque, non è epidermico o passionale, affidato alla mutevolezza dei sentimenti. Nasce dall’amore di Dio e dalla consapevolezza di essere stati amati da Lui per primi. Solo questo amore ci rende capaci di avvicinarci anche a chi è diverso da noi, di compiere il primo passo, di perdonare quando costa, di ricostruire quando qualcosa si è spezzato.
Ed è proprio qui che la storia di questa Cattedrale acquista una forza particolare. Anche queste pietre portano le ferite della violenza. Durante la Seconda guerra mondiale la Cattedrale fu gravemente colpita dai bombardamenti. La guerra lasciò anche qui le sue macerie. E tuttavia questa Cattedrale è stata ricostruita. Questo edificio, dunque, non ci parla soltanto di ciò che resiste: ci parla di ciò che può rinascere. Alla violenza che distrugge, queste pietre oppongono silenziosamente la pazienza di chi ricostruisce. Alla logica della guerra, che divide e trasforma il fratello in nemico, oppongono la logica della comunione, che raccoglie persone diverse e le conduce alla stessa mensa.
E qui si apre lo spazio della speranza. E questa Cattedrale, distrutta e ricostruita, ci consegna questa parola della quale tutti abbiamo bisogno: speranza. La speranza che ciò che è stato ferito possa essere curato, che ciò che è diviso possa essere riconciliato, che ciò che è lontano possa essere nuovamente avvicinato, che dalle macerie sia sempre possibile ricominciare. La speranza cristiana non consiste nel pensare che nulla si spezzerà, che non conosceremo ferite, conflitti o fallimenti. Sarebbe soltanto ottimismo. La speranza cristiana nasce quando, proprio davanti alle macerie, qualcuno trova ancora la forza di raccogliere una pietra e ricominciare a costruire, perché crede che Dio non abbia smesso di operare e che nessuna ferita debba necessariamente diventare l’ultima parola sulla nostra storia.
E se questa Cattedrale, dopo essere stata ferita dalla guerra, è stata ricostruita pietra dopo pietra, essa ci ricorda anche che la comunione non è mai qualcosa di già compiuto. La comunione si costruisce ogni giorno. Talvolta deve essere ricostruita. Richiede pazienza, ascolto, perdono, capacità di attendere i tempi dell’altro e soprattutto la disponibilità a rinunciare alla pretesa che tutto debba corrispondere alle nostre attese. Le pietre di un edificio rimangono insieme perché ciascuna trova il proprio posto in rapporto alle altre; così anche noi possiamo diventare una casa spirituale soltanto se accettiamo di non essere il tutto, ma una parte necessaria di un corpo più grande.
Vorrei allora che oggi guardassimo questa Cattedrale con occhi nuovi. Non soltanto come uno dei monumenti più preziosi della nostra città, né soltanto come il luogo che custodisce le memorie della nostra storia. Guardiamola come una scuola di comunione. Ogni volta che vi entriamo, essa ci ricorda chi siamo. Ci ricorda che non siamo cristiani da soli, ma insieme; che non siamo chiamati a seguire un’idea, ma una Persona; che non apparteniamo a noi stessi, ma a quel popolo che il Signore continua a radunare attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia. Perché il Dio che oggi ci raduna in questa casa è il Dio che non si stanca di raccogliere ciò che è disperso, di avvicinare ciò che è lontano e di ricostruire ciò che è stato ferito.
E ci conceda il Signore di diventare nelle nostre Chiese, uomini e donne che raccolgono e non disperdono, che avvicinano e non allontanano, che costruiscono e non distruggono; uomini e donne che, amando Dio con tutto il cuore, imparano ogni giorno a riconoscere nell’altro non uno straniero da temere, ma un prossimo da amare.
- Home
- Vescovo
- Diocesi
- Vescovi di Terni
- Vescovi di Narni
- Vescovi di Amelia
- San Valentino patrono di Terni
- San Giovenale patrono di Narni
- Santa Fermina patrona di Amelia
- Cattedrale Santa Maria Assunta Terni
- Concattedrale San Giovenale Narni
- Concattedrale Santa Firmina Amelia
- Papi e cardinali legati alla diocesi
- Visite dei Pontefici a Terni
- Foranie
- Comunità pastorali istituite
- Confraternite
- Basiliche e santuari
- Curia
- Segreteria del Vescovo
- Cancelleria – Ufficio matrimoni
- Tribunale ecclesiastico diocesano
- Uffici Amministrativi
- Uffici pastorali
- Ufficio Catechistico
- Ufficio Liturgico
- Uffici Caritas diocesana
- Ufficio di pastorale familiare
- Ufficio Beni Culturali ecclesiastici
- Ufficio Comunicazioni Sociali e Ufficio Stampa
- Ufficio per l’ecumenismo e dialogo interreligioso
- Centro diocesano Vocazioni
- Ufficio pastorale giovanile
- Ufficio problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace
- Ufficio per la Cooperazione missionaria tra le Chiese
- Ufficio per la pastorale della Salute
- Servizio per l’insegnamento della Religione Cattolica
- Ufficio per la Promozione del sostegno economico alla Chiesa
- Istituto diocesano sostentamento del clero
- Progetto Policoro
- Archivi
- Consiglio Pastorale Diocesano 2023-2028
- Consiglio presbiterale e collegio del consultori
- Consiglio affari economici
- Comitato scientifico San Valentino
- Parrocchie
- Clero
- Multimedia
- Documenti
- Contatti
