Carissimi fratelli e sorelle,
ieri sera, nella Cattedrale di Terni, ho iniziato solennemente il mio ministero episcopale nella Chiesa di Terni-Narni-Amelia. Oggi sono qui, nella vostra Concattedrale, per celebrare con voi l’Eucaristia e condividere la gioia di questo primo incontro.
Vi ringrazio per l’accoglienza che mi avete riservato. Porto nel cuore sentimenti di gratitudine e anche quella trepidazione che accompagna ogni responsabilità affidata dal Signore. So bene che essere Vescovo non significa soltanto assumere un incarico, ma entrare nella vita di un popolo, condividerne la fede, le speranze, le fatiche e il cammino. Entrando in questa Concattedrale e raccogliendomi davanti alla memoria di san Giovenale, ho avvertito con particolare intensità di essere accolto in una storia che mi precede di molti secoli. Una storia fatta di generazioni che hanno ascoltato il Vangelo, lo hanno custodito e trasmesso, spesso attraverso la semplicità della vita quotidiana.
La tradizione riconosce in san Giovenale il primo Vescovo di Narni. La sua figura, insieme a quella di san Cassio, ci ricorda che questa Chiesa affonda le sue radici nei primi secoli del cristianesimo e che la fede, attraverso il ministero dei pastori e la testimonianza del popolo, ha attraversato epoche molto diverse fino a giungere a noi. Non siamo dunque i primi a percorrere queste strade. Altri hanno pregato prima di noi, altri hanno annunciato il Vangelo, altri hanno costruito comunità, affrontato difficoltà e custodito la speranza anche nei momenti più incerti. Questa memoria non deve diventare nostalgia. La storia cristiana non è un patrimonio da conservare soltanto perché appartiene al passato. È una ricchezza viva, che ci è stata consegnata perché continui a generare fede e a parlare alle nuove generazioni.
E quando penso alla Chiesa di Narni, il mio sguardo si allarga oltre questa città. Penso alle tante comunità che abitano questo territorio, ai paesi e alle frazioni, ai piccoli centri nei quali la fede si intreccia da secoli con la vita delle famiglie, con la storia delle generazioni e con tradizioni religiose profondamente radicate. Penso alla ricchezza di queste realtà, ciascuna con il proprio volto, la propria memoria e la propria sensibilità, ma tutte partecipi di quella medesima esperienza di fede che costituisce il patrimonio spirituale della nostra Chiesa. In alcuni luoghi la vita è segnata dalle trasformazioni del lavoro e dalla mobilità delle persone; in altri si avvertono maggiormente l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione degli abitanti e la difficoltà di mantenere vivi alcuni servizi e occasioni di incontro. Sono situazioni che non possiamo guardare soltanto attraverso i numeri. Dietro ogni trasformazione ci sono persone, famiglie, giovani che cercano opportunità per il futuro, anziani che desiderano non essere lasciati soli.
La Chiesa è chiamata ad abitare queste realtà con vicinanza, condividendo le domande e le attese delle persone. E io stesso avrò bisogno di imparare a conoscere questo territorio attraverso i vostri volti, le vostre esperienze e le vostre storie. In questo primo incontro sento anche il bisogno di esprimere la mia gratitudine per il cammino ecclesiale che mi precede.
La comunione tra Terni, Narni e Amelia non nasce oggi. Essa è il frutto di una lunga storia, che ha visto Terni e Narni condividere il ministero dello stesso Vescovo fin dal 1907 e che ha trovato nel 1986 la sua piena espressione nell’unione delle tre diocesi. Sono trascorsi quarant’anni da quell’evento. In questi decenni, grazie al ministero dei Vescovi che mi hanno preceduto, alla dedizione dei sacerdoti e alla partecipazione delle comunità, si è consolidata una comunione pastorale che oggi costituisce un patrimonio prezioso della nostra Chiesa.
Non vengo dunque a costruire una comunione che ancora non esiste, ma a condividere e a servire una comunione già vissuta. Narni ha conservato la propria identità, la propria storia e le proprie tradizioni, offrendo all’intera diocesi la ricchezza della sua esperienza cristiana. E lo stesso vale per Terni e Amelia. La comunione ecclesiale non richiede di rendere tutti uguali. Essa nasce dalla fede in Cristo e permette alle diverse comunità di riconoscersi parte di un’unica Chiesa, senza perdere il proprio volto. Questo cammino è già una realtà. A noi è affidata la responsabilità di custodirlo e di continuare a viverlo con gratitudine, nella consapevolezza che ogni generazione è chiamata a offrire il proprio contributo.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato oggi ci aiuta a comprendere il fondamento di questa comunione. Nel Vangelo, alla domanda su quale sia il più grande comandamento, Gesù risponde richiamando l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Sono due comandamenti inseparabili, nei quali si raccoglie tutta la Legge e l’insegnamento dei Profeti. Non è soltanto una sintesi della vita morale del cristiano. È anche il criterio fondamentale della nostra vita ecclesiale. Ogni iniziativa pastorale, ogni progetto, ogni attività delle nostre comunità trova il suo significato più profondo quando aiuta le persone a incontrare il Signore e a vivere concretamente l’amore fraterno. Possiamo organizzare molte attività e impegnarci generosamente nel servizio ecclesiale, ma tutto questo acquista il suo vero valore quando conduce a una fede più autentica e a relazioni più fraterne.
La prima lettura ci richiama proprio alla concretezza dell’amore. Il Signore domanda al suo popolo di non opprimere il forestiero, di non maltrattare la vedova e l’orfano, di non approfittare della povertà di chi si trova in una condizione di bisogno. Sono parole antiche, ma conservano una grande attualità. Anche nelle nostre comunità incontriamo persone che vivono situazioni di fragilità, talvolta poco visibili. Penso agli anziani rimasti soli, alle famiglie che attraversano difficoltà economiche, a chi ha perduto il lavoro o teme di perderlo, a chi affronta la malattia e a chi vive il dolore di una separazione o di un lutto.
La comunità cristiana non può essere indifferente a queste situazioni. È chiamata ad accorgersi, ad ascoltare e ad accompagnare. E tuttavia, mentre riconosciamo le difficoltà del nostro tempo, non dobbiamo dimenticare quanto bene è già presente nelle nostre comunità. Penso alle tante persone che si dedicano alla carità, alla catechesi, all’educazione, alla cura degli anziani e dei malati. Penso ai volontari, alle associazioni, ai gruppi ecclesiali e a quanti, senza cercare riconoscimenti, rendono concreta la vicinanza della Chiesa alle persone. Questo patrimonio di generosità è uno dei segni più belli della vitalità delle nostre comunità. Non partiamo dal nulla e non dobbiamo guardare alla nostra realtà soltanto attraverso ciò che manca o che non funziona.
Abbiamo il dovere di riconoscere i doni che il Signore continua a suscitare e di valorizzarli, perché diventino sempre più occasione di testimonianza e di servizio. La fede non si trasmette semplicemente ripetendo formule o conservando abitudini. Si trasmette soprattutto attraverso la testimonianza di persone e comunità nelle quali il Vangelo diventa vita.
Anche le nostre tradizioni religiose possono offrire un contributo prezioso. La devozione a san Giovenale e a san Cassio, la venerazione della Madonna del Ponte, le feste patronali e le tante espressioni della pietà popolare custodiscono un legame profondo tra la fede e la vita di questa terra. Non dobbiamo considerarle soltanto come testimonianze del passato. Sono occasioni attraverso le quali la fede può continuare a parlare al cuore delle persone, anche di coloro che non partecipano abitualmente alla vita delle parrocchie. Il nostro compito è accompagnare questa ricchezza perché non rimanga soltanto memoria, ma diventi occasione di incontro con Cristo e di trasmissione del Vangelo.
Carissimi fratelli e sorelle, oggi non sono venuto a presentarvi un programma pastorale. Sono venuto anzitutto per incontrarvi e per dirvi che desidero condividere il cammino di questa Chiesa. Avrò bisogno di tempo per conoscere le vostre comunità, le loro tradizioni, le esperienze pastorali e le difficoltà che incontrano. Vorrei poter visitare le parrocchie, incontrare le famiglie, ascoltare i giovani, conoscere chi opera nella scuola, nel lavoro, nel volontariato e nelle istituzioni civili. E vorrei che la presenza del Vescovo non fosse legata soltanto alle occasioni solenni, ma diventasse progressivamente una presenza familiare, capace di condividere la vita ordinaria delle comunità. Per questo vi chiedo di accompagnarmi con la vostra preghiera, con la vostra collaborazione e anche con la sincerità di chi desidera il bene della propria Chiesa.
Questa mattina, davanti alla memoria di san Giovenale, affido al Signore la Chiesa di Narni, le sue comunità, i sacerdoti, le famiglie, i giovani, gli anziani e tutte le persone che abitano questa terra. Affido alla vostra preghiera anche il mio ministero, perché sappia esercitarlo con umiltà, prudenza e carità, senza dimenticare che il Vescovo è chiamato anzitutto a servire il popolo che gli è stato affidato.
San Giovenale e san Cassio ci accompagnino con la loro intercessione. Ci aiutino a custodire la fede ricevuta e a trasmetterla con gioia, a vivere la comunione senza perdere la ricchezza delle nostre tradizioni e a riconoscere nel servizio agli altri la forma più autentica della nostra testimonianza cristiana. E il Signore conceda alla nostra Chiesa di Terni-Narni-Amelia di continuare a vivere nella comunione, custodendo la ricchezza delle proprie storie e delle proprie tradizioni, perché insieme possiamo essere, nelle nostre città e nei nostri paesi, una presenza viva e credibile del Vangelo. Amen.
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