Cattedrale – celebrazione del 2 novembre 2026

Carissimi fratelli e sorelle,

in questi due giorni, attraverso la celebrazione della solennità di Tutti i Santi e la commemorazione di tutti i fedeli defunti, la Chiesa ha voluto esprimere, anche attraverso la liturgia, una delle verità più belle e consolanti della nostra fede: la comunione dei santi.

Non si tratta semplicemente di due celebrazioni che si susseguono nel calendario liturgico, ma di due momenti profondamente uniti, attraverso i quali la Chiesa ci invita a contemplare il mistero della propria identità e a comprendere che la comunità dei credenti non è costituita soltanto da coloro che vivono oggi sulla terra, ma abbraccia tutti quelli che, appartenendo a Cristo, sono uniti a Lui e, in Lui, rimangono uniti tra loro. Una sola è la Chiesa di Cristo, una sola è la vita che nasce dal Battesimo, uno solo è l’amore che ci unisce al Signore e che neppure la morte può distruggere.

È questa la verità che professiamo ogni domenica quando, recitando il Credo, diciamo: «Credo la comunione dei santi», forse senza soffermarci abbastanza sulla profondità e sulla bellezza di queste parole. Esse ci ricordano che nessuno vive la propria fede da solo e che il nostro cammino verso Dio non è un’avventura individuale, ma un cammino condiviso, nel quale siamo sostenuti dalla preghiera, dalla testimonianza e dall’amore di tanti fratelli e sorelle, alcuni ancora accanto a noi, altri già entrati nella vita eterna.

La comunione dei santi ci dice, dunque, che la morte non interrompe la nostra appartenenza a Cristo e non spezza definitivamente i legami che ci uniscono gli uni agli altri, perché ciò che nasce dall’amore di Dio è destinato a trovare in Lui il suo compimento. Questa certezza non nasce da un semplice desiderio umano di continuare a vivere oltre la morte, ma si fonda sulla risurrezione di Gesù Cristo, che ha vinto la morte e ha aperto a tutti noi la strada della vita eterna.

Se Cristo non fosse risorto, il nostro ricordo dei defunti sarebbe soltanto uno sguardo rivolto al passato, una memoria affettuosa di persone che non sono più; ma poiché Cristo è risorto, noi sappiamo che coloro che ci hanno preceduto non sono scomparsi nel nulla e che la comunione con loro continua, in una forma diversa, nel mistero della vita di Dio.

È alla luce di questa verità che dobbiamo comprendere il significato della celebrazione che oggi ci riunisce in questa Cattedrale. Nel giorno in cui tutta la Chiesa prega per i fedeli defunti, la nostra comunità diocesana desidera fare particolare memoria dei vescovi e dei sacerdoti che, nel corso degli anni, hanno servito questa Chiesa, e insieme ricordare le figure di santità che il Signore ha suscitato nella storia delle nostre comunità.

Non vogliamo semplicemente ripercorrere una storia fatta di nomi, di date e di avvenimenti, ma riconoscere che la Chiesa nella quale oggi viviamo e professiamo la nostra fede è il frutto di una lunga storia di grazia, di fedeltà, di sacrifici e di testimonianze, che ci è stata consegnata e che abbiamo il compito di custodire e trasmettere. Noi non siamo i primi a percorrere questa strada e non saremo gli ultimi. Prima di noi, altri hanno accolto il Vangelo, lo hanno annunciato, lo hanno vissuto nelle circostanze concrete della loro esistenza e lo hanno consegnato alle generazioni successive.

Tra questi occupano un posto particolare i vescovi e i sacerdoti che hanno esercitato il loro ministero nelle nostre comunità. Essi hanno ricevuto dal Signore la missione di annunciare la sua Parola, di celebrare i sacramenti, di guidare e accompagnare il popolo cristiano, cercando di rendere visibile, attraverso la propria vita e il proprio servizio, la presenza di Cristo buon Pastore.

Pensiamo al bene che, nel corso degli anni, è stato seminato attraverso il loro ministero, alle tante persone che hanno incontrato, alle famiglie che hanno accompagnato, ai giovani che hanno aiutato a trovare la propria strada, agli ammalati che hanno consolato, ai poveri che hanno sostenuto, alle comunità che hanno guidato nei momenti di serenità e in quelli di maggiore difficoltà.

Molto di questo bene non compare nei libri di storia e forse non è rimasto neppure nella memoria degli uomini, ma certamente è custodito nel cuore di Dio, perché nessun gesto di amore, nessuna parola di consolazione, nessun sacrificio compiuto per il Vangelo va perduto davanti a Lui.

Per questo oggi il nostro ricordo si fa soprattutto preghiera. Con riconoscenza per il bene ricevuto e con fiducia nella misericordia di Dio, affidiamo al Signore i nostri vescovi e sacerdoti defunti, chiedendo che possano contemplare nella pienezza della vita eterna quel Cristo che hanno annunciato, amato e servito durante il loro pellegrinaggio terreno.

E mentre preghiamo per loro, sentiamo rivolto anche a noi l’invito della lettera agli Ebrei: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede». È un invito importante, perché ci fa comprendere che la memoria cristiana non è mai soltanto ricordo del passato, ma diventa responsabilità per il presente. Ricordare coloro che ci hanno preceduto significa domandarci che cosa abbiamo fatto dell’eredità spirituale che ci hanno consegnato e con quale fedeltà stiamo continuando il cammino che essi hanno contribuito a tracciare.

Questa domanda diventa ancora più significativa quando, accanto alla memoria dei pastori defunti, volgiamo lo sguardo alle tante espressioni di santità che hanno arricchito la storia della nostra Chiesa diocesana. La santità, infatti, è il frutto più bello della vita della Chiesa, perché manifesta ciò che la grazia di Dio può realizzare quando trova un cuore disponibile ad accoglierla.

Nelle figure dei santi e dei beati riconosciamo uomini e donne che hanno lasciato operare il Vangelo nella propria esistenza, fino a diventare, nelle circostanze concrete del loro tempo, un riflesso dell’amore di Cristo. Pensiamo a san Valentino, vescovo e martire, patrono della nostra città, la cui testimonianza ci ricorda che l’amore cristiano non è soltanto un sentimento da proclamare, ma una scelta di vita che può arrivare fino al dono totale di sé. E insieme a lui pensiamo alle altre figure di santità che hanno segnato la storia delle nostre comunità, a coloro che la Chiesa ha riconosciuto come santi e beati e a quanti, come servi di Dio, sono oggetto di un cammino di discernimento ecclesiale sulla testimonianza della loro vita.

Sono storie diverse, vissute in epoche e condizioni differenti, ma tutte ci mostrano che il Vangelo può diventare vita concreta, che la santità non è un ideale irraggiungibile e che anche nelle vicende ordinarie dell’esistenza è possibile rispondere con generosità alla chiamata del Signore. E qui dobbiamo comprendere un aspetto essenziale: i santi non ci vengono presentati soltanto perché li ammiriamo, ma perché impariamo da loro a vivere il Vangelo. Non sono figure da collocare su un piedistallo, lontane dalla nostra esperienza, ma fratelli e sorelle che hanno percorso prima di noi la strada della fede e che, con la loro testimonianza, ci indicano che è possibile vivere da cristiani in ogni tempo e in ogni condizione. La loro santità non ci deve scoraggiare, facendoci sentire troppo lontani da loro, ma deve diventare uno stimolo a riconoscere che anche noi siamo chiamati a prendere sul serio il Vangelo e a lasciare che esso trasformi la nostra vita.

La Chiesa non ha bisogno soltanto di ricordare i santi del passato, ma ha bisogno che anche oggi, nelle nostre parrocchie, nelle famiglie, tra i giovani, nella vita consacrata e nel ministero sacerdotale, maturino nuove testimonianze di santità, capaci di rendere credibile e vicino il messaggio di Cristo.

E allora comprendiamo meglio il legame tra le due celebrazioni di questi giorni.

Ieri, contemplando la gloria dei santi, abbiamo visto la meta verso la quale siamo incamminati; oggi, pregando per i nostri defunti, ricordiamo che tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio per raggiungere quella meta. La santità ci indica ciò che siamo chiamati a diventare, la preghiera per i defunti ci ricorda che la salvezza è sempre un dono della grazia, mentre la comunione dei santi ci assicura che in questo cammino non siamo soli.

Nella celebrazione dell’Eucaristia, questa comunione trova la sua espressione più alta, perché attorno all’unico altare di Cristo la Chiesa pellegrina sulla terra si unisce alla lode della Chiesa del cielo e affida alla misericordia del Padre coloro che attendono la pienezza della vita eterna.

Chiediamo allora al Signore che il ricordo dei nostri pastori diventi per noi gratitudine e responsabilità, che la testimonianza dei santi diventi esempio e incoraggiamento e che la preghiera per i defunti alimenti la nostra speranza nella risurrezione. E soprattutto chiediamo la grazia di comprendere che anche noi siamo chiamati a scrivere, con la nostra vita, una pagina della storia di santità di questa Chiesa, affinché coloro che verranno dopo di noi possano trovare nella nostra testimonianza un motivo per continuare a credere, a sperare e ad amare.