Nel 1219 Francesco d’Assisi, dopo diverse vicende legate alla sua persona, affidò la Missione in Marocco ai piccoli frati Ottone, Accursio, Adiuto, Berardo e Pietro.
Come fece Gesù, di cui abbiamo sentito nel Vangelo oggi proclamato, Francesco inviò questi nostri fratelli, confratelli, avi e conterranei.
Questo significa che la parola di Gesù come fu vera per coloro che lui inviò, i 72, così è vera sempre, nel 1200 ed anche per noi oggi.
Pertanto possiamo dire che ciò che prevale su ogni cosa e su tutto è l’inestimabile ricchezza, il valore assoluto del Vangelo, che non può essere relegato entro uno spazio temporalmente delimitato e definito, e neanche barattato con niente che gli si possa accostare.
Questo inestimabile tesoro, inoltre, non può essere limitato o soffocato da nessuna realtà umana, anche quanto questa possa presentarsi come altamente negativa.
“Vi mando come agnelli in mezzo a lupi” dice il Signore a coloro che egli invia in missione, ma allo stesso tempo -qualora l’immagine del lupo possa destare spavento- rassicura, non tanto sulla difensiva da porre in atto, quanto piuttosto sulla garanzia che il messaggio affidato raggiunga il suo scopo.
Non dovete preoccuparvi né avere timore perché, nella misura in cui vi affidate al Signore, sarà lui a suggerirvi, cosa dire, anzi sarà lui a mettervi in bocca la parola giusta.
Sarà tuttavia necessario perseverare nel rimanere nella mitezza e nella purezza; nella mitezza dell’agnello e nella purezza della colomba perché questi sono l’unico veicolo attraverso cui passa la Parola di salvezza, l’unico veicolo su cui transita il Vangelo.
Qualsiasi altro strumento, non solo è inefficace ma rischia di rivolgersi contro lo stesso Vangelo.
Il Vangelo è la buona notizia; è Gesù; è il suo incontrarsi con la gente, con qualsiasi persona per farne un amico e ancor di più un figlio di Dio, mediante la salvezza da ogni male, da ogni peccato.
Il messaggio di Gesù venne accolto in pienezza da Francesco di Assisi e da questi trasmesso e affidato ai suoi confratelli.
L’eredità esistenziale degli apostoli, l’eredità spirituale della quale san Paolo ci riferisce nella prima ai Corinti, è la medesima eredità di ogni apostolo, inviato a proclamare la parola di salvezza.
La descrizione che l’apostolo fa di sé e dei suoi soci può essere la stessa cronaca dei nostri protomartiri : “….soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani….”
Tutto questo avvalorato dalla consapevolezza della verità contenuta nelle parole ispirate del salmo: “Chi semina nel pianto, raccoglie nella gioia”.
Tuttavia questa affermazione penso non rispecchi, oppure per meglio dire non si riferisce direttamente alla naturalità della seminagione; se così fosse dovremmo supporre una sorta di dolore, tristezza e quindi pianto nel periodo della semina del frumento; cosa che invece non è. La semina in questo caso è un momento di gioia in quanto contiene in sé il futuro di un raccolto, comunque esso sia.
Chi semina nel pianto, invece, fotografa perfettamente l’impegno attivo e totale della propria esistenza la quale necessita, per farla fruttificare, dedizione, spesso dolore e quindi pianto.
Solo chi impegna la propria vita in questo senso ottiene a suo tempo abbondanti frutti. In questo senso potremmo dire che seme e seminatore si identificano.
Il Signore Gesù, riferendosi alla testimonianza, alla sua e a quella dei discepoli, disse anche: “Se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo, se invece muore, produce molto frutto”. E ancora: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”.
Ma perché tutto questo? Potremmo chiederci. Per quale ragione? Quale fu e quale è il motivo in forza del quale questo avvenne e continua a verificarsi?
Carissimi fratelli e sorelle, il motivo ha una sola ragione, ossia l’amore.
Così come abbiamo sentito nella proclamazione della prima lettura: “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo….”. L’amore non lascia indifferenti e neanche rimanda al dopo; esso crea movimento ed inquietudine. È quella sana inquietudine sulla quale molto ci ha abituati a soffermarci papa Francesco in ogni ambito, sia dell’evangelizzazione come anche della testimonianza della carità.
È la medesima inquietudine che non lascia in pace gli innamorati del Cantico dei Cantici.
E la medesima inquietudine che ha sorretto l’apostolo Paolo e lo ha guidato in ogni angolo della missione affidatagli dal Signore: “L’amore di Cristo ci spinge…”. In poche parole, la verità è che la nostra vita ci è data per essere spesa per amore.
Bene, questa inquietudine d’amore ha caratterizzato l’intera vita di Francesco d’Assisi e dei suoi frati Ottone, Accursio, Adiuto, Berardo e Pietro.
E così come l’amore, prima ancora d’esser descritto o cantato necessita d’essere vissuto e testimoniato, come per ogni testimone di Cristo, così fu per i nostri frati francescani mandati in missione in Marocco.
Essi trovarono il martirio, si dice.
Essi coronarono la missione col martirio. Il martirio suggellò l’autenticità del messaggio portato; del Vangelo, della persona di Gesù Cristo.
Il loro martirio inoltre evidenziò immediatamente non la sconfitta data dalla morte cruenta, quanto piuttosto la fecondità attraverso la conferma ulteriore della necessità di una fede profonda e una vera conversione, in forza della quale si ebbe anche la vocazione alla vita francescana del canonico agostiniano Fernando Martinez da Lisbona, divenuto Antonio, il nostro amato s. Antonio di Padova.
Carissimi fratelli e sorelle i nostri cari primi martiri francescani venerati in questa parrocchia e in questo santuario siano per noi esempio nella sequela di Gesù via verità e vita; in questo tempo così travagliato siano esempio perché possiamo tutti vivere una fede profonda e incarnata nel quotidiano delle nostre attività. Una fede capace di inoltrare il proprio respiro fino agli estremi orizzonti dell’amore e renderlo fecondo nel bene e nella pace; pace e bene che poi sono il saluto tipico della famiglia francescana.
Maria Santissima, regina degli angeli ci guidi affinché il dialogo tra le culture e le religioni, sostenuti dall’intercessione dei protomartiri francescani, non sia mai abbandonato ma anzi sia sempre di più il veicolo condiviso per la costruzione artigianale della vera pace.
Festa dei Protomartiri Francescani 2026
