Quaranta giorni dopo il Natale celebriamo la festa della Presentazione di Gesù al Tempio. Si chiudono così le celebrazioni natalizie e i testi che illuminano questa liturgia ci aprono la strada verso la Pasqua. In questa festa della Presentazione del Signore, come di consueto, celebriamo la Giornata della Vita Consacrata.
Tra i personaggi che compongono e caratterizzano l’avvenimento evangelico, oltre Maria, Giuseppe e naturalmente Gesù, vi è il vecchio Simeone il quale dal punto di vista dell’esistenza avrebbe potuto ritenersi un fallito; egli infatti aveva speso l’intera sua vita in una attesa che non vedeva alcuna soluzione.
Eppure egli è per noi di grande esempio, non solo ed unicamente per il fatto che ha visto compiersi le attese ma in quanto ha vissuto questa attesa per tutta la vita, come un nuovo Abramo, nutrendola con la preghiera e nella meditazione.
Possiamo dire che ha speso sapientemente la quasi totalità della sua vita come una sorta di vigilia dell’incontro che sapeva, in quanto rivelatogli dallo Spirito Santo, si sarebbe realizzato.
Simeone è per noi esempio di perseveranza perché possiamo vivere ogni istante della nostra esistenza come attesa dell’incontro. …..
Entrando nel profondo mistero di questo singolare personaggio, dalle essenziali notizie forniteci dal Vangelo, è possibile affermare che la sua attesa non è stata caratterizzata dal vuoto, dall’assenza cioè di qualcosa o qualcuno, ma marcatamente significata come pienezza anticipata nel tempo; irrobustita dal desiderio e alimentata dall’amore.
Questi elementi fanno sì che per noi la festa odierna non si esaurisca in questa celebrazione ma getti ora e in avanti il criterio per innescare nelle nostre esperienze la linfa che alimenta la vita umana, la vita cristiana ed anche la vita consacrata….”nell’attesa della sua venuta”, come diciamo attestando la nostra fede nel contesto della Celebrazione Eucaristica.
Carissimi fratelli e sorelle, Simeone attendeva la “Consolazione d’Israele”.
Questa frase “consolazione d’Israele” nel Vangelo di san Luca riassume e porta in sé ogni tipo di attesa biblica.
Essa fa certamente riferimento alle promesse dei profeti, specialmente al profeta Isaia, e a quanto in esse significato.
Ma, come sempre sottolineiamo durante il tempo natalizio, chi mai avrebbe pensato che un bambino in fasce, un neonato venuto al mondo in una povera famiglia potesse essere la consolazione d’Israele?
Eppure, come abbiamo ampiamente avuto modo di contemplare durante il Natale del Signore, Dio entra nella storia umana senza “effetti speciali”. Egli entra nella storia dell’umanità come tutti gli esseri umani: come un fragile bambino e in una famiglia semplice.
Egli entra nella storia del mondo e nella nostra vita personale e desidera che, come Simeone, siamo illuminati nel riconoscerlo così, come consolazione, ossia presenza vivificante di Dio per noi.
Diversamente dovremmo chiederci che cosa mai ci capita di attendere?
Carissimi fratelli e sorelle oggi siamo esortati ad attendere quotidianamente il Signore, nelle nostre faccende e in tutto ciò che comportano i nostri progetti.
Distogliendo lo sguardo esistenziale da ciò che caratterizza il fulcro che sorregge questa attesa, cioè la preghiera, la fiducia e il costante rapporto con il sacro, perdiamo anche il contenuto stesso dell’attesa, che comunque è e rimane sempre presente: Nostro Signore Gesù Cristo.
In questi tempi terribili per l’intera umanità, segnati dalla guerra e dal suo pericolo incombente, molti sono gli auspici e i desideri soprattutto riferiti alla pace, alla giustizia e alla tutela dei diritti umani fondamentali.
Per il cristiano l’attesa che si possano compiere i desideri in essi contenuti deve passare attraverso il tramite di una vita spesa essenzialmente nella preparazione della realizzazione della consolazione del Signore; consolazione che coincide con la stessa persona di Gesù Cristo.
Questo non significa sognare di immaginare in essa la risoluzione automatica delle questioni, quanto piuttosto attingere dalla consolazione del Padre tutto quello che ci ha donato nel Figlio, in forza del quale, come già registrato e sottolineato dall’apostolo Paolo nella 2Cor, è capace anche di produrre forza interiore, sostegno spirituale e tenacia nella lotta, consentendo inoltre di essere motivo di consolazione viva ed efficace per quanti si trovano in qualsiasi situazione di tribolazione, facendo in modo che la tristezza e l’angoscia e il dolore non abbiano il sopravvento sulla vita.
Carissimi fratelli e sorelle, questa consolazione piuttosto che essere statica o finita in sé stessa, sottolinea e mette in risalto il contenuto essenziale di ciò che produce, ossia la salvezza: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza: luce per rivelarti alle genti…”
Carissimi fratelli e sorelle davanti a tale affermazione dovremmo verificare se i nostri occhi, quelli strettamente legati all’organo della vista ma anche e soprattutto direi quelli riposti nei diversi sentimenti della nostra esistenza, se questi nostri occhi sono capaci di vedere, cioè semplicemente percepire la salvezza del Signore, la sua presenza, oppure sono talmente annebbiati e offuscati dalle vicende personali, sociali, familiari tali da impedire la contemplazione della luce salvifica del Signore.
Quale speranza di futuro avrebbe potuto trasmettere una persona avanti negli anni come Simeone?
Eppure egli è consapevole che questa speranza non è riposta nella sua persona quanto piuttosto in colui che in quel momento egli vede e prende tra le sue braccia. Per questo motivo può addirittura invocare il Signore di poterlo così congedare dalla vita terrena.
Dopo aver lui visto la consolazione attesa negli anni, capisce anche che questa non è riservata solo per lui, e neanche rimane statica, ma contiene in sé la prospettiva futura… di salvezza e luce per tutti: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per rivelarti alle genti…”.
Carissimi fratelli e sorelle, specialmente consacrati e consacrate, accogliamo ed interiorizziamo tutta questa ricchezza spirituale ed in tal senso partecipiamo, raccogliendone ogni singola parola, al vaticinio di Simeone su Maria Santissima: “anche a te una spada trafiggerà l’anima”, affinché la nostra partecipazione in Cristo alla consolazione del Padre non sia distante dalla vita, ma fatta carne attraverso la nostra appartenenza e testimonianza del Regno.

