Padre Fedele Schiaroli nacque ad Alviano il 5 agosto 1885 da Dionisio e Cecilia Bagnolo. Aveva uno zio cappuccino – p. Egidio Schiaroli da Guardea – il quale, conosciuto il suo desiderio di entrare in convento, lo accompagnò al convento di Amelia, dove, con l’abito religioso, indossato il 16 novembre 1903, ebbe anche il nome (si chiamava Antonio) con cui divenne famoso in Italia e in Brasile: fra Fedele da Alviano. Fu ordinato sacerdote a Foligno il 25 aprile 1912 dal vescovo mons. Giorgio Gusmini.
Prima di partire per l’Amazzonia fu inviato in alcuni conventi dell’Umbria come predicatore, e cioè a Spoleto e Montemalbe, e prese parte alla prima guerra mondiale. Nel 1916 fu chiamato alle armi e inviato nel basso Isonzo, dove rimase fino alla disastrosa ritirata di Caporetto. Nel marzo del 1918 fu congedato e rientrò in convento,
destinato a Spoleto da dove, il 29 luglio 1926, partì per il Brasile. Aveva 41 anni.
Il tempo di imparare il portoghese, poi l’inizio di estenuanti viaggi in canoa sugli interminabili affluenti del Solimões (il nome che ha il Rio delle Amazzoni dal suo ingresso in Brasile fino a Manaus, dove riceve il Rio Negro), una ragnatela che volle conoscere minuziosamente. Nessun villaggio doveva essergli ignoto perché nessun’anima doveva essergli estranea. All’attività parrocchiale preferì la “pesante libertà” dell’apostolato itinerante tra gli indios, soprattutto fra i Tikuna, la tribù indigena più numerosa dell’intero Brasile. Li raggiunse a Belèm do Solimões, il loro centro spirituale; ne imparò la lingua, che codificò in una grammatica e in un dizionario, e ne studiò attentamente gli usi e i costumi che cercò di salvare da una facile e prevedibile trasformazione. Raccolse un’infinità di utensili da loro usati (maschere, collane, vestiti, anelli) e lavori di artigianato (dipinti e sculture) con cui organizzò mostre in Brasile e in Italia, facendo conoscere una civiltà fino a quel tempo ignorata.
Il Museo missionario di Assisi, aperto accanto al convento dei Cappuccini di Via S. Francesco, certamente il più ricco al mondo sulla civiltà amazzonica, è frutto della sua passione per una cultura che disgraziatamente sta scomparendo. La perfetta conoscenza della lingua gli consentì di addentrarsi autorevolmente nella mentalità dei Tikuna; di scoprire il perché di certe tradizioni e di certe usanze, che osservò con interesse e descrisse con fedeltà di narratore e precisione di “scienziato”. Interessanti e divertenti le sue Note etnografiche; la descrizione del Calendario tikuna; le Meraviglie della fauna e della flora amazzonica; come coraggiosa la sua obiettività nell’esporre le debolezze della “sua” gente. Fu il primo a descrivere minuziosamente il lungo e complesso rito della moça nova, cioè dell’iniziazione della ragazza giovane, che mobilita ancora l’intera tribù per una festa che rivela l’importanza attribuita alla donna, fonte della vita.
Per la loro evangelizzazione scrisse un catechismo (disgraziatamente perduto) e corse instancabilmente da un fiume all’altro, usando anche i mezzi della nascente tecnica discografica e cinematografica per insegnare le verità della fede.
Durante uno di questi viaggi si trovò involontariamente coinvolto nella guerra tra Perù e Colombia e non riuscì a tornare in missione. Sconfinò in territorio colombiano e tornò camminando per 50 giorni nella foresta.
Morì a S. Paulo il 4 agosto 1956 per un tumore alla gamba destra, sopravvenuto in seguito al morso di un insetto.
Ricoverato in clinica, preferì farsi trasportare in convento per morire tra i confratelli, che lo assistettero amorevolmente. L’ultimo giorno di vita, nonostante prevedesse imminente la fine, chiese di restare solo “per non dar noia a nessuno”.
(Da: Città Giardino. Periodico di comunicazione della Parrocchia Sacro Cuore Eucaristico di Gesù, maggio 2010, pp. 4-5.)

